parole e sessismo

Sono stato molto affascinato, e ne sono tutt’ora, dal cercare di comprendere il come, il perché, il quando, il quanto il vocabolario di una lingua ed il modo di usare i vocaboli possa cambiare!

Recentemente, durante un lungo soggiorno ad Innsbruck (Austria), sono entrato in contatto con dei “movimenti sociali” (nel senso ampio del termine) femminili legati all’uso dei sostantivi “al femminile” per indicare professioni, mansioni, etc di donne. Il punto centrale é il porre l’universo femminile sullo stesso piano di quello maschile! Quindi alla parola sindaco dovrebbe corrispondere un termine “sindachessa”!

Concretamente: l’universo femminile sente l’esigenza di questo riconoscimento? e quale conseguenza linguistica potrebbe risultare?

ci penso ancora un po!

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5 commenti su “parole e sessismo

  1. Loretta ha detto:

    Personalmente non ritengo che per sentirsi maggiormente considerata, una donna abbia necessità un apposito neologismo. Sindachessa, avvocatessa, vigilessa e via dicendo sono vocaboli brutti, forzati, non eleganti, quasi con una connotazione dispregiativa o quanto meno ironica. Un po’ come le famose “quote rosa” in politica, come se le donne fossero una “categoria debole da proteggere”. No, grazie. Quello che conta è la sostanza, non lo “storpiamento” di una parola. Vedasi la lingua inglese, dove il maschile e il femminile non esistono proprio, e mi pare che le donne non si sentano sminuite. Non per questo, almeno…

  2. andrea 403 ha detto:

    Sindachessa suona forzato perché in italiano il femminile di “sindac-o” è “sindac-a”, così come il femminile di “vigile” è… “vigile”. Il femminile in “essa” è spesso un (a volte involontario, a volte no) sintomo di sessismo.

    Io credo che in italiano si dica “dottoressa” e non “dottora” perché, all’epoca, era così strano che una donna fosse dottore che suonasse troppo strano coniugare normalmente il sostantivo maschile al femminile. Un po’ come per “presidentessa” quando “presidente” non è certo solo termine maschile (e infatti la maniera giusta di dire è “la presidente della camera dei deputati” e non la presidentessa).

    La lingua è specchio della società, è chiaro che gli sforzi maggiori van fatti per cambiare la società, però la testa della gente – un pochino – si cambia anche attraverso le parole. Pretendere che i nomi delle professioni siano correttamente declinati anche al femminile (anche quelli delle più “nobilii”, che quelle meno “nobili” curiosamente già lo fanno) mi sembra un segno di civiltà.

    È chiaro che il primo passo tocca alla realtà, finché non c’erano donne elette alla carica di ministro il termine “ministra” era inascoltabile, adesso ci stiamo giustamente abituando.

  3. […] all’uso del genere femminile in alcuni vocaboli, soprattutto in ambito professionale (qui). L’argomento non è nuovo, se ne parla e se ne discute da tempo. A zonzo per il web mi sono […]

  4. gianmaria ha detto:

    Mi associo al pensiero di Loretta e da giornalista (prevalentemente di penna) sostengo si debba tutelare la grammatica e, dove questa non sia sufficiente, si ricorra all’etimologia. Un esempio è il femminile di soldato. Se non ci soddisfa la regola che il femminile di -o è -a ci si ricordi che deriva dal verbo assoldare, quindi un uomo in arme al soldo di qualche potente era “assoldato”, da qui soldato e, ovviamente e correttamente, soldata. Si ha qualche ritrosia? Si ricorra allora a militare (il/la militare); mai e poi mai soldatessa, con tutto il rispetto per Edwige Fenech simpatica interprete del film La soldatessa alle grandi manovre (era il 1978…).
    Lo stesso valga per il/la vigile, errato vigilessa.
    Mo fanno sorridere i colleghi che, pur di non prendere posizione, commentano qualche azione delle partire di calcio: “Dubbio fuorigioco”. E’ o non è? Le carte federali non lasciano spazio. L’italiano, al pari della matematica, non è un’opinione perchè, a parere mio , le brutte abitudini non fanno la regola..
    Come per le buone maniere dettate dal galateo, ci si distingua dunque anche per la difesa della nostra lingua e, con garbo, si corregga chi sbaglia spiegando il perchè: ci distingueremmo facendo solo una bella figura.

  5. Serpico ha detto:

    Personalmente non capisco l’avversione di un certo femminismo per il suffisso -essa: ci sono un sacco di parole rispettabilissime e per nulla ironiche -essa: professoressa, dottoressa, duchessa, contessa, principessa, ecc. e nessuno ci trova nulla di assurdo o di denigrativo in esse.
    E vero che alcuni desiganvano la ‘moglie di’, ma questo un tempo, e poi una duchessa era tale anche senza essere matirata con un duca, bastava che ne fosse figlia, quindi perché tanta avversione per un suffissi oggi innoquo e privo di ogni malizia, se non negli orecchi di chi è intriso di un acido femminismo

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